Il Bundestag tedesco ha votato la Google Tax (“copyright ancillare”), ma non è ancora legge

Lo scorso venerdì, 1° marzo, il Bundestag tedesco ha approvato la così detta “Google Tax” (detta anche “Link Tax”), ovvero una sorta di “addenda” alla legge vigente in materia di copyright, anche se in una forma un po’ annacquata, come sostengono alcuni analisti. Alcuni osservatori sono arrivati a sostenere che, di fatto, la proposta di legge sia stata sostanzialmente bocciata, dato che è stata assai edulcorata.

La mozione, voluta e votata dalla maggioranza di centro-destra, con qualche defezione dei deputati più giovani, è passata con 294 voti a favore e 243 contro, ma questo non significa che diventerà effettiva, cioè legge dello Stato: in effetti, prima di diventare legge, la “Google Tax” necessita dell’approvazione del Bundesrat (la cosiddetta “Camera Alta” del Parlamento tedesco), dove l’opposizione di centro-sinistra detiene più voti della coalizione al governo. La seduta è prevista per il prossimo 22 marzo. L’iniziativa è sostenuta dal governo di Angela Merkel, ovvero dai cristiano-democratici della Cdu e dai liberaldemocratici della Fdp.

Si ricorda che il sistema tedesco ha qualche somiglianza con il bicameralismo italiano. In Italia, però, il Senato ha una funzione di riflessione ulteriore rispetto al processo decisionale della Camera, mentre in Germania la funzione della seconda camera è rappresentativa delle autonomie locali (i Länder).

La discussione sulla proposta di legge sembra finora essersi focalizzata su quelli che vengono definiti “snippets” (letteralmente “ritagli”), ovvero brevi parti di testo, titoli  o parti introduttive di una notizia. È stato infatti deciso che gli aggregatori – come Google – possano utilizzare, gratuitamente, questi brevi trafiletti… ma la lunghezza degli “snippets” non è stata definita. Dovrebbero essere brevi come un titolo di un giornale, ma non esiste un format fisso (per esempio, come per i 140 caratteri di Twitter).

Naturalmente, sono in molti a sostenere che questo ulteriore passaggio parlamentare potrebbe ridurre l’efficacia alla normativa, anche qualora dovesse divenire legge.

Va ricordato che Google non pubblica messaggi pubblicitari sulle pagine di Google News, e quindi non si ritiene in obbligo di pagare i diritti per gli articoli giornalistici che indicizza. D’altronde, secondo Mountain View, la pubblicazione del “content” giornalistico su Google News determina effetti positivi per gli editori tradizionali, perché contribuisce ad aumentare il traffico sui siti “online” dei giornali.

Si ricorda peraltro che, nei messi scorsi, Google aveva organizzato una importante campagna online (“Difendi la tua rete. Continua a trovare quello che cerchi”: www.google.de/DeinNetz), per bloccare l’approvazione della legge… obiettivo, a questo punto, in parte conseguito.

A seguito dell’approvazione, il portavoce del motore di ricerca nel Paese, Ralf Bremer, ha dichiarato, con cauta soddisfazione: “Con il voto odierno è stato arrestato il copyright ancillare nella sua forma più dannosa. In ogni caso la scelta migliore per la Germania sarebbe quella di desistere da una nuova normativa, perché essa danneggia l’innovazione, in particolar modo per le start-up”.

Una tesi non nuova, secondo la quale, “nel nome di internet”, si giustifica quasi qualsiasi comportamento.

Tuttavia, l’associazione di editori di giornali Bdvz (acronimo che sta per Federazione degli Editori di Giornali Tedeschi, associazione che rappresenta quasi 300 quotidiani tedeschi e 13 settimanali), facendo buon viso a cattivo gioco, ha replicato che “la legge  consentirà ai portali di stabilire le condizioni in base alle quali i loro contenuti verranno utilizzati dai motori di ricerca e dagli aggregatori di notizie per fini commerciali.”

Naturalmente a quanti ribadiscono che l’indicizzazione di notizie è un modo, a costo zero, per Google, di produrre ricavi, “Big G” ha risposto che costituisce una situazione “win-win” per il consumatore, che ha più facile accesso alle informazioni. Anche questa è una gran bella tesi, affetta da overdose di ottimismo.

Riportiamo qui a seguito alcune delle tesi degli editori tedeschi (tratte da un pamphlet Bdvz diffuso in questi giorni): “Ogni editore è evidentemente contento del traffico online sui propri siti web proveniente dall’esterno (…).  Molti motori di ricerca e gli aggregatori sono però di fatto divenuti editori, editori concorrenti.  Essi forniscono ai lettori ritagli di stampa, talvolta il testo completo degli articoli o addirittura copie complete delle testate. Il danno per gli editori è evidente: un testo che viene letto su un sito non gestito dall’editore perde valore, non può essere più venduto dall’editore o essere supportato con la pubblicità gestita dall’editore. Anche i ritagli di stampa con brevi estratti da articoli (“snippet”) finiscono per danneggiare l’editore. (…) Il traffico proveniente da motori di ricerca e aggregatori è positivo quando si passa “attraverso” i motori” (cioè quando il lettore, stimolato da un titolo, va a finire sul sito dell’editore).

La discussione intorno alla “Google Tax” ha riportato in campo la questione, argomento di accesi dibattiti in molti altri Paesi oltre i confini tedeschi, del pagamento degli editori per l’indicizzazione delle notizie da parte dei motori di ricerca – accusati di ottenere ricavi attraverso l’utilizzo di contenuti prodotti da altri.

Gli esiti della controversia – come si osserva – possono essere differenti. Si ricorda che lo scorso mese, dopo aver ricevuto attacchi simili in Francia e Belgio, Google ha concluso un “accordo storico” con la Francia (per un approfondimento si veda, su questo stesso blog, il post “Le “rassegne stampa” vampirizzate: in Francia, siglato accordo “storico” tra Google e l’Eliseo” del 4 febbraio 2013) ed ha siglato un “accordo di partenariato” con la stampa belga dopo una battaglia durata 6 anni. Si ricorda però, dall’altra parte, il caso del Brasile, Paese in cui non  è stata trovata alcuna mediazione. Poco più di un anno fa infatti, il 90 % degli editori ha deciso di uscire dal circuito di Google News in assenza di adeguata remunerazione…

( a cura della Redazione di Italiaudiovisiva – E. ) 4 marzo 2013

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